Castello

E’ sicuramente antecedente al 1257, infatti in quell’anno Guglielmo II di Monferrato vi prestava omaggio al vescovo di Ivrea Giovanni di Barone.
Subì numerosi assalti durante le Guerre del Canavese; nel 1339 da parte del capitano di ventura “Malerba” (Rodolfo Gibert), con 300 “barbute” tedesche (formazione militare di soldati a piedi o a cavallo) e, nel 1382 da Antonio dei Signori di Mazzè, ma non venne mai espugnato.
Nel luglio 1543, durante le guerre franco-spagnole, Ludovico Birago, governatore di Chivasso per conto della Francia, ne ordinò la distruzione affinchè non cadesse in mani nemiche.
Il conte Lorenzo di San Martino lo fece riedificare nel 1556, sulla traccia delle antiche fondazioni. Nel 1700 successivi ampliamenti ed adattamenti, su disegni di Ottavio Birago di Borgaro architetto di corte, gli fecero assumere l’aspetto di palazzo residenziale. L’ultimo intervento di trasformazione venne promosso nel 1806 dalla marchesa Teresa Birago.
Acquistato nel 1937 dalla Curia Vescovile fu prima pre-seminario, quindi collegio e casa sacerdotale. Nel 1945 vi si installò l’alto comando tedesco dal quale il generale Schlemmer si recò al castello di Mazzè a firmare la resa dell’armata di nord-ovest, forte di 27000 uomini.
Abbandonato negli anni “70” del ventesimo secolo è ora stato completamente restaurato ed in attesa di rilocazione.

Approfondimenti

Come tutti i castelli che si rispettino, anche quello di Vische ha la sua storia di fantasmi. Si narra che a metà del XV sec. vivesse nel castello il conte Fabrizio con la consorte. Un giorno giunse a corte una bellissima ed altezzosa fanciulla, cugina della castellana, che fu accolta con calore dai coniugi. La ragazza mise subito gli occhi sul conte Fabrizio che, anche a causa delle raffinate arti della giovane, non tardò ad innamorarsene perdutamente. Non contenta di ciò la giovane, che aveva nel frattempo anche intrecciato una seconda relazione con un giovanotto del vicinato, decise di sbarazzarsi della moglie del conte, utilizzando un veleno a lento effetto, per prenderne il posto. La forte fibra della contessa però resisteva e la spazientita avvelenatrice decise di versare in una tisana tutta la dose rimasta del tossico e farla bere alla nobildonna. La poveretta però se ne accorse e, in un ultimo impeto di energia, si scagliò sulla cugina e, afferratala per il collo, la costrinse a bere il liquido avvelenato; subito dopo però, per lo sforzo compiuto anch’essa cadde esanime. Il conte trovò i due corpi qualche ora dopo e, resosi conto dell’inutilità degli sforzi per rianimarle, lasciò disperato il castello e si arruolò in una armata che combatteva in una terra lontana, da cui non fece mai più ritorno.


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