Chiesa di Mazzè

La Chiesa parrocchiale di Mazzè, dedicata sin dai tempi più antichi ai Santi Gervasio e Protasio, fu costruita prima del 1286.
E' in ogni caso accertato che la struttura primitiva della chiesa avesse dimensioni molto modeste e semplici, mentre la chiesa che si può osservare oggi è il risultato di numerosi interventi e di profonde trasformazioni operate nel tempo, fra cui l'abbassamento di oltre un metro dell'originario piano basale della chiesa primitiva.
La facciata, caratterizzata in sommità da un semicerchio sensibilmente ripiegato alle estremità per poggiare sul muro frontale, è in stile barocco. L'interno della chiesa è in stile basilicale a tre navate, di cui quella centrale più imponente, meno grandiose quelle laterali. L'allineamento dei pilastri piuttosto irregolare e la piattaforma, su cui poggiano il presbiterio, il coro e la sagrestia, sollevata di otto gradini rispetto al piano generale, rivelano le trasformazioni subite dalle chiesa, con i rimaneggiamenti delle strutture preesistenti e l'aggiunta di nuove strutture. Nella navata sinistra, entrando, si incontra subito il battistero, seguito da altri altari minori. Le pareti, il soffitto e tutti gli interni furono completamente restaurati nel Novecento. Accanto alla chiesa sorge il campanile, già torre civica, costruito nel 1744 da Giovanni Massa di Caluso.

Approfondimenti

La storia della parrocchiale dei martiri Gervasio e Protasio, titolata sino al XV secolo al solo Gervasio, inizia circa mille anni fa quale cappella gentilizia dei conti Valperga e non credo sia possibile parlarne senza premettere un sintetico resoconto della storia del paese. In antico, il castelliere salasso di Mattiacos non era situato alla cima del colle, ma era collocato nella piana formata dalla Dora, nei pressi della chiesetta dei santi Lorenzo e Giobbe. In epoca romana la situazione non cambiò e Mattiacus consisteva in una villa rustica di proprietà dei Macionis, famiglia salasso-romana di notevoli possibilità e nelle casupole dei loro dipendenti.
Esauritesi le miniere d’oro di Bose, gli abitanti di Mattiacus si rivolsero probabilmente al cabotaggio sulla Dora, a quei tempi navigabile sino ad Ivrea ed alla coltivazione dell’aminea gemella, l’attuale erbaluce, vitigno originario dell’Italia meridionale ambientato dai romani in Canavese.
Nel tardo Impero transitò per Mattiacus la strada militare Quadrata-Eporedia, recentemente portata alla luce per merito dell’Associazione F. Mondino, ed in epoca longobarda si procedette alla costruzione di fortificazioni, allo scopo di controllare il guado sul fiume. All’inizio del secondo millennio la situazione mutò sostanzialmente, esisteva ancora l’abitato salasso-romano di Macciacus, ma era ormai semideserto perché non difendibile. La stessa sorte coinvolse anche il borgo di San Pietro, paesetto agricolo sulla strada militare, a sud dell’abitato principale. La popolazione, dopo le scorrerie degli ungari dell’IX e del X secolo, si era rifugiata alla sommità della collina di San Michele, costruendovi un ricetto fortificato ad uso di tutti gli abitanti del circondario. Come in tutta l’Italia settentrionale, queste fortezze contadine non erano costruzioni imponenti, ma consistevano in semplici spazi rettangolari, difesi da fossati e terrapieni sormontati da rovi e racchiudenti al loro interno capanne e spazi per il bestiame.
Similmente ad altri casi è probabile che dopo la costruzione del ricetto, sia sorta la necessità di erigere una cappella. Già all’origine la chiesetta doveva essere quasi sicuramente in muratura ed era certamente orientata in direzione diversa dall’attuale, con pavimento in terra battuta e nudo tetto, di dimensioni del tutto simili alla cappella dedicata ai santi Lorenzo e Giobbe ancora oggi esistente.
Probabilmente l’inusuale titolazione della cappella è da cercarsi nel fatto che nel dicembre dell’anno 1110 una bolla dell’imperatore Enrico IV, infeudò Mazzè e la sua castellata a Guido ed Ottone, conti del Canavese, è quindi facile dedurne che un ramo di questa famiglia fosse già installato in paese, con la conseguente necessità di dotarsi di una cappella gentilizia titolata ad un santo guerriero. Nel 1286 la chiesa di San Gervasio, è citata in un documento del priore della collegiata di Sant’Orso di Aosta, mentre nel 1349 la parrocchia dei Santi Lorenzo e Giobbe, per mancanza di fedeli, è abolita ed unita a quella del martire Gervasio. Nello specifico la prima considerazione da fare è certamente quella della titolazione, abbastanza inusuale in Piemonte, trattandosi Gervasio e Protasio, legionari romani martirizzati a Milano in epoca incerta e quindi santi prettamente lombardi. E’ probabile che questa scelta sia da attribuire a vincoli parentali dei Valperga con i Visconti ed alla consuetudine dei nobili d’origine franca di adottare nei loro domini patroni di conclamante virtù militari. A dimostrazione sono indicative le molte chiese titolate dai Longobardi a San Michele a causa dei trascorsi battaglieri di questo pugnace arcangelo. Probabilmente la cappella originaria non superava le dimensioni dell’attuale presbiterio ed è molto probabile che sotto l’altare maggiore ne esistano ancora i resti sotto forma di cripta, inoltre era certamente orientata in maniera diversa, con la porta d’ingresso prospettante verso Via delle Scuole e l’altare verso Piazza Camino e Prola. La forma a tre navate ed il ribaltamento dell’orientamento, furono realizzati almeno trecento anni dopo la nascita del tempio primigenio, forse al tempo di Giorgio Valperga o nei decenni immediatamente successivi, quando i conti di Mazzè ebbero la possibilità finanziaria di realizzare lavori di questa portata. D’altronde l’attuale forma era già presente quando monsignor Angelo Peruzzi, vescovo di Sarzana, visitatore apostolico, nel 1585 venne a Mazzè ed oltre ad abolire la parrocchia di santa Maria, trovò la chiesa del martire Gervasio in cattive condizioni. La relazione del presule precisa che l’altare maggiore era posto sotto una regolare volta, probabilmente ancora quella della cappella antica, ma gli altri quattro erano in condizioni indecenti. La sagrestia era situata alla base del campanile, collocato a quel tempo a sinistra della porta d’entrata, pressappoco dove adesso si trova la cappella del Sacro Cuore.
Non si hanno notizie della data in cui furono inglobate le edicole laterali, probabilmente nate come cappelle cimiteriali esterne. Da una planimetria redatta nell’anno 1750, si deduce che l’abside, l’attuale sagrestia e la parte finale della navata sinistra non erano edificate, mentre la parte destra del falso transetto era occupata da una sagrestia di fortuna fatta costruire una cinquantina d’anni prima da Don Olearis, parroco di Mazzè dal 1695 al 1746, mentre erano ancora libere le zone dell’attuale battistero e della cappella dell’Assunta. Nel 1744, costruito il nuovo portico verso la Via delle Scuole, sorse il problema del transito verso il sagrato, cosicché fu abbattuto l’antico campanile ed innalzata l’attuale torre campanaria a spese del Comune. Nella prima metà del XIX secolo fu edificata l’attuale sagrestia e furono occupati gli spazi liberi a lato dell’entrata. Infine nello stesso periodo, scisse le competenze con la nascita della parrocchia di San Francesco a Tonengo, furono unite tra loro le cappelle laterali e sio edificò l’abside terminando la facciata barocca, mentre il piano di calpestio fu abbassato di circa un metro, rendendo inutile la scalinata esterna sul sagrato. Incredibilmente, dopo questa miriade d’interventi, l’edificio ha assunto un assieme armonico
e perlomeno all’interno, una notevole grandiosità, quasi che ogni epoca abbia lasciato una sua traccia, senza cancellare quanto fatto dalle generazioni precedenti. Degni di nota: la statua di legno dorato dell’Assunta, ricavata secondo la tradizione da un solo ceppo di castagno e la cappella successiva dedicata a San Sebastiano ed a San Vicenzo, nonché la cosiddetta cappella del castello con la tomba dell’ultimo dei Valperga. E’ doveroso rilevare il valore artistico e religioso della cappella dedicata a San Sebastiano, forse la più interessante dell’intera chiesa, un tema che pone l'accento dei legami di Mazzè con il vercellese. Da visitare il battistero con la lapide marmorea romana, databile al II secolo d.C. recentemente ritrovata a San Lorenzo. Di discreta fattura alcuni quadri di scuola piemontese del XVIII secolo, abbastanza anonimo il lavoro di Agostino Visetti, raffigurante l’Assunta assieme ai martiri Gervasio e Protasio. Recentemente si è appurato che sulle facce interne dei due muri delimitanti il presbiterio, esistono delle pitture raffiguranti l’ultima cena e le nozze di Cana, obliterate dalla tinteggiatura fatta eseguire una cinquantina di anni fa dal parroco don Bocca. Sarebbe certamente doveroso riportarle alla luce, anche per dare una giusta prospettiva all’interno del tempio. Com’è facilmente intuibile, la bellezza e l’imponenza di questa chiesa, non è certamente riconducibile ad uno stile definito, perché pare che ogni tendenza architettonica germogliata tra il X e XX secolo, abbia lasciato il suo segno, ma nella notevole testimonianza che essa dà delle generazioni passate, amalgamando nel suo assieme ogni intervento, ogni restauro, quasi che all’origine esistesse un progetto per giungere a questo risultato.

Barengo Livio


© 2017   All rights reserved.